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"Gli Incubi del Signor Duhamel" Monologo di G. Mancini.
Regia G. Mancini-Claudio di Carlo. Prod. Teatro delle Forme-TSA.
DI ALTRE COLONNE DI ALTRI CORPI
Il primo richiamo, dell'ordine obbligato delle citazioni che uno spettacolo come questo evoca o meglio, esige per la sua intima struttura
e' per misurare non le contiguita' ma le differenze. L'articolazione cosi' mutevole del linguaggio testuale che pone insieme frammenti,
echi d'atmosfera da Buzzati, a Topor, passando per Nietzsche ed Hesse, Shakespeare e quanti altri si voglia, in un equilibrio volutamente
precario, impossibile, e' una specie di trappola costruita ad arte da Giampiero Mancini e Claudio di Carlo con quel criterio precipuo e
specialissimo della loro intenzione performativa che e', vuole essere assolutamente contaminazione e disarticolazione insieme di un reale
recitativo i cui codici, le cui convenzioni funzionali proprio quel procedimento destruttura nel chiamarli in causa. Una trappola, insomma,
la cui finalita' non e' attirare lo spettatore ma piuttosto mettere a nudo il processo dell'attore. Per questo dunque, il primo richiamo,
il paragone immediato che si vorrebbe istaurare e' quello classico con "Il Canto dei Cigni" di Cechov. Ma non intendo qui il testo,
piuttosto il flusso delle rappresentazioni, nel quale qualcuno ancora conservera' la memoria-purtroppo ormai esclusivamente televisiva-di
come quello divenisse materia eccellente di finzione e recitazione del ruolo nell'interpretazione, ad esempio di un Benassi. Ecco, Benassi.
Per quanto irriverente, il paragone tra l'universo scenico di uno degli ultimi attori "di tradizione" e un giovane che ha fatto del suo
istrionismo e del suo raro talento la materia portante della sua "sentita" recitazione, puo' essere rivelatore. Delle intenzioni, se non
degli effetti. Il vecchio attore che Benassi interpretava pienamente in eta'-protagonista de "Il canto del cigno" vive, nell'ultima sera
della sua beneficiata, I'incubo di una solitudine inconfessabile che si tramuta presto nell'ossessione di essere fisicamente, non solo
mentalmente, prigioniero del teatro, del suo stesso edificio, da cui proprio l'inconsistenza della sua figura, della sua persona, gli rende
impossibile uscire. Benassi confessava all'usciere del teatro la sua solitudine, appoggiato ad una finta colonna della quale evocava
esemplarmente l'artificiosita' scuotendola leggermente con mano, facendola appena vibrare con un gesto quasi distante e casuale. Ma quel
minimo accenno bastava ad esprimere tutta la lunga consuetudine d'amore e odio coi suoi personaggi, che proprio nella distanza evocativa
del gesto erano traditi e realizzati insieme. Benassi catturava i personaggi nella sua rete esaltandone la distanza e l'inconsistenza,
e proprio in questo doppio gioco realizzava il miracolo della sua creazione. Anche "Gli incubi del Signor Duhamel" chiama in causa la stessa
situazione drammatica ma, a ben vedere, ne rovescia gli intenti. Nel senso di un attore giovane-visto all'inizio come tale-che dovra'
costruire artificialmente la sua vecchiaia (non, insomma, un attore vecchio che sogni gli altri, infiniti io della sua gioventu', ma un
esordiente il cui destino finale sara' truccarsi da vecchio.) E ancora nel senso di un processo testuale coerentemente invertito in cui il
materiale da recitare diventa e' in se stesso inconsistente. Non fa parte della trama, del processo lecito attraverso il quale un attore
costruisce la sua figura, esponendola agli altri. Privilegia il discorso marginale di una letteratura frammentata, a margine del teatro
(ma attenzione, il giovane Barthes ammoniva che l'effettiva teatralita' finiva per trasmigrare nei territori piu' opposti in cui, distrutto il
ruolo funzionale e classico dell'attore d'estrazione (su questa diversita' s'incontrano tanto, Giampiero Mancini che nelle sue esperienze
rivendica sempre con forza la liberta' delle sue scelte e la sua "naturalezza" espressiva, che Claudio di Carlo il quale, proviene da
formazioni artistiche abituate alla contaminazione delle pratiche.) cio' che resta e' la costruzione di una persona e di un giovane attore
attraverso un percorso la cui teatrabilita' e', letteralmente, la condizione di visibilita' di una differenza. Focalizzazione di una solitudine,
non solo esistenziale insornma, che in Mancini si fa teatro. Qui torna, e si conclude, il parallelo impossibile con Benassi (di cui, credo,
Mancini non abbia volutamente tenuto conto nel lavoro). Queste due solitudini, nella loro, lontananza evocano parimenti un farsi della scena
in cui è ancora Barthes che parla, il corpo dell'attore e' artificiale, ma la sua doppiezza ha una profondita' ben diversa da quella delle
scene dipinte o dei mobili falsi del teatro: il trucco, l'adozione di un gesto di un'intonazione, la disponibilita' di un corpo esposto, tutto
cio' e' artificiale, ma non fittizio (...); l'attore porta in se' la stessa iperprecisione di un mondo esuberante ...dove niente e' inventato ma
tutto esiste in unintensita' moltiplicata.
Marcello Gallucci (Critico teatrale e Docente di Storia del Teatro)
Fare teatro e' una sorta di privilegio, vogliamo assumercene la responsabilita' e rivendicarne nel contempo la necessita'. Alla domanda
sul senso della loro scelta artistica Giampiero Mancini e Claudio di Carlo, rispettivamente attore e regista e artista multimediale,
forniscono una risposta chiara e disincantata. Colpisce, allora, la lucidita' del progetto di questo giovane gruppo che mira a coniugare
poetica e pratica mantenendo forte la ricerca di senso dell'operare artistico senza sottrarsi alla necessita' di auto gestione dell'impegno
produttivo. Poetica si diceva. Si tratta di una operazione spontanea, legata all'urgenza di mettere in scena in primo luogo il desiderio di
esprimere la propria visione del reale e lo sguardo sull'esperienza contemporanea. Nucleo centrale: la ricerca della sincerita', smascherare g
li orpelli dell'artificio. Nel caso dell'ultimo progetto "Gli incubi del Signor Duhamel" ricorrendo all'eterna dicotomia finzione teatrale incubi del reale. Un lavoro concepito su una struttura binaria, con un ipotesi di montaggio a flashback cinematografico, che si desidera
schematico, che scuote le coscienze, che volutamente estremizza l'artificio recitativo per rivitalizzare la necessita' di verita'. E' una
visione immanente, pero', che spinge il gioco teatrale, senza piu' l'idolo dell'artista maledetto, senza presunzioni catartiche, allontanandosi
dal cliche' dell'artista eletto degli dei, realisticamente rinunciando al mito di Icaro. Un teatro in cui se dramma affiora e' quello che
scaturisce dall'essenziale, contingente, quotidiano. E' questa voluta non alterita' dal reale quotidiano che lega poetica e pratica. (...)
Anna Rita Iezzi (Critico teatrale e Cinematografico).
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